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Il rispetto prima di tutto L’insegnante è portato, ormai da sempre, a credere che gli studenti in lui apprezzino, più di ogni altra cosa, la “bella lezione”, mentre gli stessi risultano attratti, oltre che dalla preparazione culturale, dal suo stile educativo e dai suoi modi relazionali, che inevitabilmente confronteranno con quelli degli altri adulti già conosciuti o a loro più familiari. Sotto questo profilo, si può con certezza affermare che le relazioni che si sperimentano a scuola svolgono una sorta di funzione compensativa in ordine allo sviluppo delle capacità relazionali del soggetto educando. Grande è l’incidenza esercitata dall’interazione educativa sulla formazione umana, morale e civica del discente. “Per un insegnante, rendersi conto che non si può non essere - lo si voglia o meno - coinvolti nella relazione con i propri allievi anche dal punto di vista affettivo ed emozionale, vuol dire (...) capire che quando si è educatori hanno un peso, non tanto e non solo la cultura che si possiede o la tecnica didattica che si è in grado di dispiegare, ma la propria umanità, il proprio modo di leggere il mondo, di formare gerarchie valoriali, di dare significato alle esperienze”[i]. Alcuni obblighi, cui l’insegnante è chiamato nel tentativo di relazionarsi col discente nel modo quanto più corretto ed efficace, attengono alla sfera educativa, altri a quella didattica. Ma tutti sono dettati o dal buon senso o dal senso morale dell’educatore, ovvero dallo spessore della sua coscienza umana e dalla sua professionalità. Come in ogni altra forma di rapporto, riveste particolare importanza il momento iniziale, proprio per il fatto che è durante questo che si attua la ricerca intorno all’uno (l’insegnante) da parte degli altri (gli studenti) e viceversa. Alla sfera propriamente educativa è riconducibile l’obbligo della coerenza, il quale impone all’insegnante di non esigere dal suo discente comportamento diverso da quello da lui stesso mostrato col suo quotidiano esempio. La coerenza, si sa, è dote alquanto difficile e rara e i ragazzi riescono ad essere giudici severi ed implacabili di contraddizioni e incoerenze dei propri insegnanti. Non se ne lasciano sfuggire neppure una: non v’è ragazzo che non avverta quale beffa possa, ad esempio, racchiudersi nell’invito a non assentarsi, che fosse a lui rivolto da parte di un insegnante spregiudicatamente assenteista. All’educatore non occorre mostrarsi come una persona perfetta, ma per quello che si è realmente. I ragazzi sanno apprezzare sempre l’autenticità e cogliere qualsiasi infingimento. Un altro obbligo, fortemente implicato nella relazione educativa, è quello dell’imparzialità, che nel linguaggio psicopedagogico non significa essere “neutrale”, ma equo, giusto. Ciò non vuol dire ovviamente che l’educatore debba con tutti gli educandi comportarsi allo stesso modo. Deve piuttosto assicurare ad ognuno ciò di cui egli ha veramente bisogno. Don Milani diceva, a tal proposito, che la più grande ingiustizia è fare parti uguali fra disuguali. Quando un insegnante esprime le valutazioni intorno alle prove dei ragazzi, va a stabilire differenziazioni e gerarchie tra loro. Gli studenti, anche i più modesti, sanno essere giudici severi della capacità di valutazione dei propri insegnanti. Se li giudicano ingiusti, parziali o pregiudizievoli, non esiste modo attraverso il quale essi possano riconquistarsi la stima e la fiducia perdute. L’imparzialità va usata non solo nelle votazioni che si assegnano alle prove dei ragazzi, ma in ogni momento della vita relazionale che si svolge a scuola. Equi e giusti bisogna, cioè, esserlo con i ragazzi e i giovani, non solo nelle valutazioni, ma anche nel coinvolgimento nelle attività scolastiche e nell'attribuzione delle responsabilità. Può accadere, ad esempio, che uno di loro si senta emarginato dal proprio insegnante, perché questi, forse senza neppure rendersene conto, non gli rivolge che molto raramente lo sguardo. Pare che ciò capiti quasi istintivamente anche agli insegnanti più avveduti e con non pochi anni d’insegnamento sulle spalle. Ad essere maggiormente guardati sembra che siano, per lo più, i ragazzi bravi, coloro cioè da cui ci si attende i risultati migliori e che l’insegnante stesso giudica come i soli davvero capaci di apprezzare tutta la sua bravura. Ma non si tratta solo di sguardi, dal momento che ai ragazzi ritenuti bravi sono più frequentemente rivolte domande e così fornite occasioni di esibire comportamenti verbali. Nel caso di ragazzi valutati negativamente accade, invece, che l’insegnante “rinuncia molto presto a dimostrare di attendersi una risposta: è un modo preciso, quanto poco rilevabile, per così dire, ad occhio nudo, d’influenzare negativamente il loro comportamento comunicativo e il loro stesso rendimento scolastico, la loro opportunità di beneficiarne”[ii]. Un’altra forma di emarginazione, non meno deleteria dal punto di vista psicopedagogico, che si determina nella relazione educativa, può essere considerata l’antipatia, ovvero quell’istintiva avversione che un insegnante può provare per un alunno, per l’eccesso di vivacità del suo comportamento, ovvero per i suoi disturbi continui, o per il disimpegno quasi assoluto associato ad un ostinato disinteresse. L’antipatia nella relazione educativa, oltre a suscitare un senso di emarginazione, provoca l’effetto d’inibire la costruzione della fiducia e dell’autostima, indispensabili per il successo scolastico e per il processo di maturazione. Bisogna cercare di prevenire in tutti i modi possibili il formarsi di ogni fattore di disturbo o di alterazione della relazione educativa, in quanto molto più difficile risulta correggere una relazione già compromessa che impostarne correttamente una nuova. Per liberare la relazione insegnante-discente da incomprensioni, diffidenze o vizi di altro genere, ogni sforzo spetta compierlo in tal senso all’educatore, il quale dovrà fare di tutto pur di riconquistare subito il buon rapporto di prima, ritenendo superato l’incidente o l’incomprensione da cui la relazione sia stata precedentemente turbata. Da parte di un buon educatore è doveroso aspettarsi un comportamento quanto più consapevole, adeguatamente flessibile e capace di adattarsi a qualunque situazione. La capacità alla quale deve saper fare più ricorso è l’empatia, che è “la capacità di provare i sentimenti dell’altro attraverso il ricorso all’autoanalisi e la ricerca, nella propria esperienza, di qualcosa di analogo a ciò che l’interlocutore sta in quel momento vivendo, che è possibile comprenderlo”[iii]. Un buon insegnante è colui che lascia le preoccupazioni e i crucci personali fuori dall'aula. Gli isterismi, le intemperanze, gli abusi di potere sono quanto di più odioso si possa perpetrare ai danni di un ragazzo. La sua disponibilità ad interagire con i ragazzi non può conoscere “alti e bassi”; la stessa deve essere continua, né deve essere improntata ad umori mutevoli. I ragazzi, che osservano i propri insegnanti come fanno questi nei loro confronti, li sanno bene conoscere più di quanto non si creda, riuscendo a prevedere persino le loro più incomprensibili “bizzarrie”. Se c’è una capacità trasversale ad ogni discente, qualunque sia il suo livello intellettivo, questa è costituita proprio dal saper andare a fondo della psicologia del proprio insegnante, specie di colui che appare più facilmente prevedibile in ogni sua “mossa”. Quando una strigliata è educativamente necessaria, va fatta, senza ovviamente eccedere e senza conservare rancori o risentimenti per quanto di scorretto possa essere stato sanzionato nel comportamento del discente. L’accondiscendenza illimitata, il “fare finta di niente”, ovvero il “lasciar passare”, oltre che costituire un esempio di civismo della peggiore specie, è quanto di più diseducativo si possa immaginare. Da questo punto di vista, va detto che grande valore nella relazione educativa va dato, non solo al profitto, ma anche al comportamento dei discenti, nel senso che va adeguatamente apprezzato qualunque aspetto positivo di quest’ultimo, se non si vuole trasformare sempre più quella di oggi in una scuola della nozione fine a se stessa e della cultura condannata a restare perennemente “disincarnata”. Più di ogni altra cosa, nel campo dell’educazione del comportamento, vale la testimonianza fornita quotidianamente dall’educatore che, agli occhi dell’educando, deve costituire l’esempio vivente di quelle stesse modalità di azione e d’interazione che egli intende perseguire come obiettivi educativi del suo lavoro. L’interazione educativa non può non fondarsi sul rispetto reciproco. L’alunno deve ovviamente accostarsi con atteggiamento di deferenza al suo insegnante, ma costui, con le doti intellettuali, le qualità morali e l’autorevolezza deve essere capace di guadagnarsi la fiducia e la stima del discente. Non si deve incorrere in alcun “abuso di potere”, ma avere rispetto per tutto l’uomo che c’è in ogni ragazzo. Rispetto, innanzitutto, per i suoi schemi di conoscenza, i suoi tempi di comprensione, le sue opinioni, ma anche per la sua intimità e il suo senso del pudore: e, dunque, bando alle allusioni e a qualunque forma di linguaggio sboccato e volgare. Spesso il ragazzo è costretto a \"stare al cattivo gioco\", perché posto nel ruolo più debole di studente, ma intimamente prova disagio e profondo turbamento per quello che è costretto ad ascoltare o per ciò che avviene intorno a lui. Il rispetto non va confuso, tuttavia, con la rinuncia, da parte dell’educatore e dell’educando, a svolgere ciascuno il proprio ruolo. L’insegnante si comporti pure con l’allievo amichevolmente, ma non “faccia” l’amico; deve prima di tutto saper fare l’insegnante. Allo stesso modo l’allievo deve adottare quei modelli di comportamento che attengono al suo ruolo di allievo. Al contrario, una forma deleteria d’irrigidimento della relazione educativa viene a determinarsi, quando l’insegnante, non riuscendo a conquistarsi la fiducia e la stima dei ragazzi attraverso i mezzi - diciamo così - normali, fa ricorso alla severità e alla punizione, ovvero a divieti, proibizioni, minacce, ammonimenti e assenza quasi assoluta di dialogo. Autorevolezza, tatto, non autoritarismo o irrazionale severità: gli insegnanti devono saper raggiungere un giusto equilibrio fra l’eccessiva severità, che può disorientare, e la troppa affabilità. Del resto, da un modello d’insegnamento e di relazione, informato all’autoritarismo, possono derivare rischi piuttosto gravi, come quello della devianza o dell’emarginazione. C’è bisogno, certamente, di tanta sensibilità educativa e di grande intelligenza pedagogica, per costruire una relazione corretta, e tale che nel tempo la sua qualità possa di continuo migliorarsi. L’insegnante - da sempre si sente dire - non è uno psicologo, ma l’abilità relazionale è cosa che non può assolutamente mancare nel suo bagaglio professionale.
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